ZYGMUNT BAUMAN E LA MORALITA' TRASFORMATA IN MERCE

Dom, 05/06/2011 - 19:08

Tutto esaurito per l'ultimo incontro del festival dell'Economia, che ha avuto per protagonista il grande sociologo di origini polacche Zygmunt Bauman, teorico della "società liquida". Introdotto dall'editore Giuseppe Laterza, Bauman ha parlato - con toni a volte profetici - del mercato e del consumismo e di come essi si alimentino oggi della mercificazione della moralità. Siamo indotti a tacitare i nostri sensi di colpa nei confronti degli altri, nei confronti di coloro che amiamo e che trascuriamo per soddisfare gli imperativi della produzione, attraverso il consumo, lo shopping. "Abbiamo sulle nostre spalle - ha detto Bauman - un fardello incredibile, che include i nostri obblighi morali, i nostri naturali impulsi ad occuparci degli altri, e cerchiamo di sgravarcene con i tranquillanti morali offerti dai negozi, dai supermercati". La risposta per Bauman è innanzitutto avere la consapevolezza del fatto che le risorse non sono infinite, che non potremo lenire il dolore di vivere semplicemente continuando ad accrescere la produzione e il consumo. "Ma il momento della verità forse è più vicino di ciò che ci dicono le merci esposte sugli scaffali, gli amici su Facebook, gli esperti di marketing. A meno che non intraprendiamo un cammino umano basato sulla reciproca comprensione." -
Laterza, nell'introdurre l'ospite, ha brevemente ripercorso i temi toccati in
questa edizione del festival, tutti legati alla questione della libertà e della
liberta economica in particolare: la crisi economica, il ruolo dell'Europa, il
rapporto stato-mercato, l'immigrazione e così via. "Bauman - ha ricordato -
qualche anno fa aveva parlato in questa sede del ruolo dell'Europa, oggi invece
ci parlerà di libertà e delle minacce alla libertà. Minacce che ha conosciuto
molto bene, avendo partecipato da giovane al cosiddetto "ottobre polacco", che
criticava l'ideologia ufficiale sovietica e la sudditanza di Varsavia da Mosca.
Nel '68 venne messo all'indice dal Partito comunista per avere solidarizzato
con il movimento studentesco e denunciato l'antisemitismo esistente nel suo
paese. Essendogli stato impedito l'insegnamento, è emigrato all'estero dove nel
corso degli anni ha analizzato il passaggio dalla modernità alla postmodernità.
Si è occupato fra l'altro del consumo, delle 'vite di scarto', ovvero dei
lavoratori messi da parte dal sistema economico perché superflui, ma anche
della voglia di comunità che emerge nelle società postmoderne. Nell'ultimo
periodo di è occupato anche di fenomeni molto contemporanei come Il Grande
fratello e Facebook, ma anche di un tema centrale per l'identità dell'Europa
quale è quello dell'accoglienza. In questa edizione del festival ci siamo
concentrati sul tema dei limiti della libertà economica. La libertà di pensiero
è una caratteristica fondamentale dell'opera di Zygmunt Bauman. per questo è
particolarmente importante averlo con noi oggi".
Bauman a sua volta si è innanzitutto complimentato con chi ha messo a fuoco il
tema di questo festival, i confini della libertà economica, un tema che ha
definito "fondamentale, perché oggi cominciamo a capire che anziché ampliare ed
estendere le nostre opzioni il range di scelte a nostra disposizione si
restringe. Ad esempio, nei giornali sono apparse recentemente delle notizie sul
picco della produzione mondiale di petrolio, principale fonte di energia
odierna, che sarebbe stato già raggiunto, nel 2006. Da allora c'è solo il
declino. Abbiamo dei mercati basati sulla competizione, che presuppongono la
disponibilità di energia, pensiamo a realtà come India, Cina, Sud Africa, che
in passato consumavano una quota di energia molto minore, per esempio perché in
essi non era diffuso il traffico privato. L'altra notizia è che entro il 2020 i
prezzi degli alimenti raddoppieranno. Ci sono già delle rivolte basate sulla
scarsità di cibo, nel mondo, cose che pensavamo appartenessero al passato. Il
terzo elemento è l'aumento della disuguaglianza a livello globale, per certi
versi incredibile, perché va nella direzione opposta rispetto a quella pensata
dai pionieri della libertà e dell'Illuminismo, come Cartesio, Bacon, Hegel. Il
paese più ricco, oggi, il Qatar, ha uno standard 428 volte più alto del paese
più povero, lo Zimbabwe. Il 20% più ricco dell'umanità controlla il 75% della
ricchezza, il 20% più povero il 2%. Fino a 30-40 anni fa il trend era diverso,
il divario fra i paesi sembrava destinato a colmarsi. Come mai è successo
questo? Ci sono due fattori fondamentali, e sono più culturali e sociali che
economici. Il primo è che vogliamo godere di una vita ricca, abbiente, il che
ci ha orientati ad assumere come principale indicatore l'acquisto, lo shopping.
Pare che tutte le strade che portano alla felicità portino ai negozi. Ciò
sottopone il sistema economico, e più in generale il nostro pianeta, ad una
pressione enorme. Ciò è disastroso per le nuove generazioni; è evidente che
stiamo vivendo al di sopra dei nostri mezzi, sulle spalle dei nostri figli. Poi
c'è la questione della risoluzione dei conflitti. Nel corso della modernità
abbiamo sviluppato la capacità di risolvere i conflitti sociali, anche quelli
legati alla diseguale distribuzione dei beni, aumentando la produzione, il pil.
Quando il pil cala non è che viene messa a rischio la sopravvivenza alimentare,
ma nonostante ciò si sviluppa il panico, perché la gestione dei conflitti è
tutta basata sull'aumento della produzione e del consumo. Conosciamo la
metafora della pagnotta: possiamo discutere come distribuirla, oppure produrne
anche un'altra. Ma le risorse per produrre tutte le pagnotte che desidereremmo
non sono infinite. Ciò pone un grande interrogativo sulla crescita economica.
Possiamo trovare delle alternative alla crescita della produzione e dei consumi
per trovare soddisfazione, in definitiva per essere felici? Ciò è necessario se
non vogliamo distruggere il nostro habitat e generare fenomeni catastrofici
come le guerre. I livelli attuali di consumo sono già insostenibili dal punto
di vista ambientale ed anche economico, come scritto da Tim Jackson in un libro
molto importante uscito due anni fa. L'idea della prosperità al di fuori delle
trappole del consumo infinito viene considerata un'idea per pazzi o per
rivoluzionari. Jackson dice che ci sono delle alternative: le relazioni, le
famiglie, i quartieri, le comunità, il significato della vita. Ci sono enormi
risorse di felicità umana che non vengono sfruttate. Anche l'antropologia ci ha
mostrato che in certe zone - remote - del pianeta la formula di Adam Smith non
funziona: si tratta della formula ben nota per la quale il fatto che noi
troviamo il pane in panificio tutte le mattine è un frutto dell'avidità del
panettiere. Invece a volte le persone sono spinte a produrre e a condividere
ciò che producono da motivi diversi rispetto all'avidità. Le loro attività non
consumano molta energia e non producono rifiuti: la ricompensa dei 'produttori'
è il rispetto e l'affetto della comunità. Gli stili di vita che stanno dietro a
questi comportamenti producono molta felicità e soddisfazione, ma non sono
particolarmente favorevoli alla crescita della produzione. La maggior parte
delle politiche realizzate nel mondo dai governi va esattamente nella direzione
opposta. Queste politiche raramente vanno al di là della prossima scadenza
elettorale, raramente guardano a ciò che succederà fra 20 o 30 anni. Assistiamo
ad un processo di mercificazione e commercializzazione della moralità. I
mercati sono abituati ad orientare i bisogni umani, bisogni che in passato non
erano soddisfatti dal mercato. Questo è ciò che io indico con l'espressione
'commercializzazione della moralità'. Il nostro reale bisogno dovrebbe essere
prenderci cura dei nostri cari. Credo che tutti noi qui in sala ci sentiamo in
colpa perché non riusciamo a trascorrere abbastanza tempo con i nostri cari. 20
anni fa il 60% delle famiglie americane si ritrovava attorno allo stesso tavolo
per cenare. 20 anni dopo solo il 20%. Le persone sono più occupate con il loro
cellulare, il loro ipad e così via. La nostra vita quotidiana è profondamente
cambiata, a causa anche delle tecnologie, che hanno sicuramente prodotto delle
cose positive, ma hanno anche creato dei danni collaterali. Se oggi usciamo
senza cellulari ci sentiamo nudi. Il confine fra il tempo dedicato al lavoro e
quello dedicato alla famiglia è sfumato. Siamo sempre al lavoro, abbiamo
l'ufficio sempre in tasca, non abbiamo scuse. Dobbiamo lavorare a tempo pieno.
E più si sale nella scala gerarchica meno tempo per sé si ha. Si è sempre in
servizio. Ovviamente i mercati e il consumismo non possono riparare questa
situazione; possono però aiutarci a mitigare la nostra cattiva coscienza, e lo
fanno spingendoci verso l'acquisto, lo shopping, il mercato. Al tempo stesso
disimpariamo altre abilità 'primarie'. Ad esempio a riconoscere il dolore, il
dolore morale, che è molto importante, perché esso è un sintomo, ci aiuta a
riconoscere la fragilità dei legami umani. Improvvisamente abbiamo persone che
hanno migliaia di amici in internet; ma in passato dicevamo che gli amici si
vedono nel momento del bisogno, e questo non è esattamente il caso degli amici
che abbiamo in internet.
Fino a quando il nostro senso morale verrà mercificato, l'economia crescerà
perché messa in moto dai bisogni umani e dai desideri che è chiamata a
soddisfare, bisogni e desideri apparentemente 'buoni', come dimostrare l'amore
per gli altri. I grandi economisti del passato sostenevano che i bisogni sono
stabili, e che una volta soddisfatti tali bisogni possiamo fermarci e godere
del lavoro fatto. C'era la convinzione che alla fine del percorso avviato con
l'inizio della modernizzazione si avrebbe avuto un'economia stabile, in
perfetto equilibrio. Successivamente si è presa una strada diversa. Si è
inventato il cliente. Si è capito che i beni non hanno solo un valore d'uso, ma
anche un valore simbolico, sono degli status symbol. Non si acquistava più un
bene perché se ne ha bisogno, ma perché si 'desidera'. L'obiettivo quindi
diventava sviluppare sempre nuovi desideri negli esseri umani. Ma anche i
desideri ad un certo punto si scontrano con dei limiti. Così, il limite è stato
superato mercificando la moralità: non ci sono limiti all'amore, non ci sono
limiti all'affetto che vogliamo dimostrare agli altri. Responsabilità
incondizionata, condita da incertezze e ansie: questo è il motore del
consumismo odierno, questo l'impulso che ci spinge a fare sempre di più, a
produrre sempre di più. Ma ciò non è possibile, le risorse sono sempre
limitate. Forse il momento della verità è vicino. Ma possiamo fare qualcosa per
rallentarlo: intraprendendo un cammino autenticamente umano, un cammino fatto
di reciproca comprensione."