DALLA TERRA AL CIELO: LO SVILUPPO VERTICALE DELLA CINA

Dom, 05/06/2011 - 18:43

“Un Paese che 30 anni fa poteva vantare solo il primato delle biciclette, oggi è costretto a limitare burocraticamente le immatricolazioni automobilistiche per paura del collasso”. Ha iniziato in questo modo Francesco Sisci, sinologo ed analista sulla Cina de "Il Sole 24 Ore", la sua breve analisi storico-politica di quel mistero affascinante che è il “continente” cinese, dove gli edifici delle città sono passati da uno a 100 piani. -
“Che tu possa diventare ricco” recita un comune augurio cinese. Francesco
Sisci, da 20 anni residente in Cina, non ha dubbi sul fatto che il valore
positivo del guadagnare e dell’avere successo, assieme alla voglia di
sopravvivere di un popolo che ha resistito a guerre civili, invasioni,
dittature, epurazioni, ideologie e stermini che fanno impallidire persino le
cifre delle guerre mondiali, sia uno dei cardini sui quali si basa lo sviluppo
inarrestabile dell’economia cinese. Da tre decenni a questa parte, infatti,
contrariamente all’opinione di innumerevoli Cassandre, la Cina registra una
crescita media del 10 per cento annuo e fino ad oggi è sopravvissuta al crollo
dell’Urss ed alla situazione incerta di Usa ed Ue. “Cittadine” di 10 milioni di
abitanti, con nomi che la maggior parte di noi non ha mai sentito, sono cosa
normale in Cina, e la relazione di Sisci è impressionante anche e soprattutto
per le cifre che vengono messe sul tavolo.
Nuvole appaiono all’orizzonte, principalmente perché sono ormai necessarie
riforme economiche e politiche che non possono più attendere, sebbene dal 1978
ad oggi di cambiamenti ce ne siano stati parecchi. Limitare il potere delle
imprese statali in favore di quelle private e migliorare la democraticità dello
Stato sono, in sintesi, le ricette che Sisci intravede per una stabilizzazione
del Paese, il quale deve anche recuperare (o forse ricreare) una cultura di
fondo così necessaria al partito che ancora oggi è al governo. Sembra infatti,
secondo Sisci, che verranno recuperati sia il confucianesimo – vero e proprio
“contenitore ideologico” non  meglio precisato dal quale attingere – ed il
maoismo con la sua enfasi sullo scontro sociale tra classi così caro al partito
fino al 2002 con la politica della cosiddetta “società armoniosa”.
Uscito forse troppo presto dal cono d’ombra internazionale che gli ha concesso
una certa tregua per modernizzarsi, il Paese sarà costretto ad elevare il
valore dello yuan, fino ad oggi artificiosamente sottovalutato. Sarà da vedere
quanto ciò si ripercuoterà sui processi di inflazione globali. Se pensiamo però
che il Pil cinese supererà probabilmente nel 2013 quello americano, e che il
valore di import-export cinese è una buona fetta degli scambi mondiali, non c’è
di che stare troppo tranquilli. Altro segnale che può incutere qualche timore è
l’aumento delle spese militari che, se solo dovessero seguire gli indicatori
economici, farebbero e fanno rabbrividire Russia, USA ed Ue.  Sicuramente, se
gli altri sono preoccupati, la Cina, come dice Sisci, “ce la farà”, anzi, “è
già dentro di noi”.