MERITOCRAZIA + REGOLE = ITALIA POST-INDUSTRIALE

Dom, 05/06/2011 - 17:03

“L’Italia non ha effettuato il passaggio ad una società post-industriale. Conseguentemente la nostra economia è indietro di quasi cinquant’anni” è un lamento a due voci quello che si leva nell’incontro di presentazione del libro “Regole. Perchè tutti gli italiani devono sviluppare quelle giuste e rispettarle per rilanciare il Paese” scritto a quattro mani da Luca D’Agnese - attualmente consulente per l’Enel in Romania – e Roger Abravanel, già autore quattro anni fa di “Meritocrazia: quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro Paese più ricco e più giusto”, di cui “Regole” in pratica è la seconda parte di un unicum. -
Nel libro – pubblicato per i tipi di Garzanti – non si traccia solo un quadro
(fosco) dell’Italia attuale, il suo pregio è al contrario quello di proporre
risposte. E quindi che fare? I due autori – che si sono alternati nella
presentazione della loro lecture - non hanno dubbi: “Per effettuare questa
transazione e lasciarci finalmente alle spalle la società industriale è
necessario far nascere negli italiani i due valori propri delle società
post-industriali: la meritocrazia che punti all’eccellenza ed il rispetto delle
regole”.
L’incontro - moderato da Francesco Daveri che insegna Politica economica
all’Università di Parma – era stato introdotto da Andrea Carandini, archeologo
che insegna Archeologia e Storia dell'arte greca e romana all'Università "La
Sapienza" di Roma. Ma che “c’azzecca”, direbbe qualcuno, un archeologo con un
libro socio-economico. Il particolare connubio è risultato ben riuscito ed è
stato motivato, oltre che dalla stima tra i tre studiosi, anche dal fatto che
l’ultimo libro di Carandini si intitola “Res publica” e si occupa del “degrado
in cui versa l’Italia di oggigiorno” ed anch’esso pone le basi per la rinascita
del Bel Paese nella scuola e nella meritocrazia.
Concetti cari anche ad Abravanel (che ha lavorato per oltre 30 anni in
McKinsey; dal 2008 svolge l’attività di editorialista per il “Corriere della
Sera” ed è autore di numerosi articoli e saggi) e a D’Agnese che hanno
continuato spiegando che “il modello sociale italiano è caratterizzato da due
elementi negativi che, mescolati, diventano un micidiale mix: la rigidità
sociale e la forte diseguaglianza di ricchezza tra gli individui”. Al contrario
di quello che è accaduto in America nei tardi Anni Sessanta (ed evidenziato nel
saggio di Daniel Bell “The coming of the post-industrial society” molto citato
da Abravanel) in cui una forte libertà economica ha dato i suoi frutti, anche
perché garantita da regole giuste e rispettate da tutti.
Insomma l’Italia va male, molto male e rischia di andare sempre peggio. “Il
nostro sistema industriale è obsoleto, basato troppo sulle piccole industrie e
con il settore edile tra i più frammentati d’Europa”. E non solo c’è, per
tornare al titolo del libro, un grave problema sulle regole: “Sulle regole e le
leggi in Italia si crea un terribile circolo vizioso: spesso le regole sono
assurde, quindi si ritiene giusto non rispettarle, e siccome conseguentemente
il numero di peccatori è molto alto, ecco che scatta il condono. Non solo, ma
la società – ha proseguito D’Agnese – è indifferente alle regole e non investe
per farne di migliori”.
Emblematico è il caso, citato in conferenza, delle compagnie assicurative: “Un
circolo vizioso che conosciamo tutti: regole sbagliate e truffe fanno salire le
tariffe e il risultato sono tre milioni di automobilisti non assicurati,
soprattutto in Meridione”.
C’è poi il problema della scolarizzazione e qui Abravanel spara la bomba: “In
Italia c’è l’80 per cento di analfabeti. Intendiamoci – dice poi placando la
sorpresa – non intendo di persone che non sanno leggere e scrivere, che
comunque sono l’impressionante cifra di un milione, ma di gente che non sa
comprendere quello che legge di qualsiasi cosa si tratti. Ma la comprensione
linguistica è fondamentale nella società post-industriale. Come fanno queste
persone a votare? A capire come vivere in una società ormai complessa come la
nostra?”.
Un compito certo non facile e che spetta – hanno sottolineato in conclusione i
due autori – a tutti gli italiani: “Il problema qui non è il cavaliere, ma il
cavallo”.